Surrealismo e Moda

Surrealismo e Moda

Sulla collaborazione tra Salvador Dalì ed Elsa Schiaparelli negli anni '30

Agosto 20, 2026
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Quanto c’è in comune tra Surrealismo e moda? Qualche spunto.

UN’ ESPOSIZIONE SURREALISTA NEL 1938

L’Esposizione Internazionale Surrealista alle Galerie des Beaux Art del 1938 era stata ideata da André Breton e Paul Éluard. Oggi la definiremmo un ‘format’ che esisteva da più di 10 anni (la prima nel 1925) e che si ripeteva a Parigi o altrove nel mondo, in modo più o meno provocatorio.
L’edizione del 1938 però aveva qualcosa di nuovo: l’esposizione stessa era pensata come un’opera d’arte.
Duchamp in persona era stato incaricato dell’allestimento. Dalì ed Ernst i consulenti tecnici.
Un lungo corridoio di manichini diversamente agghindati conduceva al cuore dell’allestimento, non senza aver prima superato un taxi, all’interno del quale altri manichini si bagnavano di pioggia. Sacchi di carbone ancora impolverati erano appesi al soffitto e un braciere ardeva al centro della sala, mentre accanto, erano riusciti a creare un vero e proprio piccolo stagno fangoso.

L’esposizione apriva il 17 gennaio e a vederla si erano presentati in 3.000 solo la sera dell’inaugurazione. Caos, qualche rissa e arrivo della polizia inclusi.
Più che convincere, aveva stupito, forse persino infastidito molti, ma tanti di più avevano continuato a visitarla fino alla chiusura, il 24 febbraio, al numero 140 di Faubourg St. Honoré.

UNA SFILATA DI MODA NEL 1938

Proprio negli stessi giorni, e a poca distanza, ai parigini veniva offerto un altro spettacolo, meno affollato, certamente, ma non meno dirompente. Si trattava di una sfilata di moda.
Elsa Schiaparelli presentava Circus, la nuova collezione per la primavera e l’estate, nel suo atelier di Place Vêndome numero 21. Era il 4 febbraio del 1938.
Anche questo evento offriva qualcosa di assolutamente nuovo: tutto si sviluppava da un unico tema, il mondo circense. Era la prima volta che tutti i modelli derivavano da un’ispirazione univoca.

Era anche la prima sfilata spettacolo. Modelle e comparse saltavano, entravano e uscivano dalle grandi finestre dello showroom, indossando capelli a forma di cono gelato, gallina, costolette d’agnello. Presentavano giacche da domatore e cappe come teloni del circo. I tessuti riportavano cavallini danzanti, acrobati, domatori, così come anche i bottoni, gli ornamenti e gli accessori.

Entrambi gli eventi avevano destato scalpore e suscitato chiacchiere. Entrambi non hanno ancora smesso di ispirare artisti e designer.
La sovrapposizione temporale dei due eventi era casuale, non così le loro molte affinità.
Alcuni dei modelli presentati durante la sfilata di Place Vêndome, nascevano infatti dalla collaborazione tra Schiaparelli e Salvador Dalì, amici da tempo e parte lo stesso mondo.

Abito Lambeaux de peau (Tear dress) e abito aragosta, alla mostra Schiaparelli. Fashion becomes art,  Victoria&Albert Museum, Londra, 2026

SALVADOR DALÌ SULLA PASSERELLA DI ELSA SCHIAPARELLI

C’era un abito da sera definito Lambeaux de peau (lembi di pelle), più noto oggi come Tear dress, ispirato a un dipinto di Dalì, Primavera necrofila, del 1936 e ad altri che erano seguiti.
Un altro modello era il celeberrimo abito Scheletro, sviluppato da un disegno ispirato al numero circense dell’ ’uomo scheletro’, che Dalì aveva inviato a Schiaparelli, corredato da una nota: “cara Elsa, mi piacerebbe che le ossa fossero all’esterno (…)”.
La collaborazione creativa tra i due aveva dato anche altri frutti: per esempio, un cappello-scarpa, omaggio a una foto di Dalì con una scarpa in testa, scattata da Gala -moglie e musa del pittore- qualche tempo prima.
E poi il celeberrimo abito-aragosta, bello, bianchissimo, con un crostaceo enorme e arancione dipinto sulla gonna lunga. Dalì inseriva aragoste nei suoi lavori già dal 1934, quella più eclatante e forse più nota, è un telefono che ha una aragosta per cornetta!
C’erano poi stati il portacipria in forma di telefono e le boccette per i profumi (no, non quella di Shocking, messa a punto da Leonor Fini, ma ispirata al corpo di Mae West… l’attrice americana che era un vero feticcio anche per Dalì).

S. Dalì, Trois jeunes filles surréalistes tenant dans leurs bras les peaux d’une orchestre, 1936. Museo Dalì, Figueres -particolare-

CONTRIBUTI SURREALISTI ALLA MODA DI ELSA SCHIAPARELLI

Alla collaborazione con Dalì, si aggiungono quelle più estemporanee con altri surrealisti: Meret Hoppenheim, la già citata Leonor Fini, il poeta Jean Cocteau, Alberto Giacometti, e la scrittrice Elsa Triolet.
È una lista sorprendentemente lunga.
Sorprendentemente, perché, secondo il guru spirituale del Surrealismo, Andrè Breton, l’arte non avrebbe dovuto avere nessuna utilità pratica… ma un abito, inutile non è!
Dov’è allora, la congiunzione?
La moda e l’arte possono essere la stessa cosa? Secondo Breton decisamente no ma, a pensarci bene, già prima che il poeta circoscrivesse i confini del Surrealismo, era nato il design nelle aule del Bauhaus e l’arte aveva trovato, con buona pace di tutti, la sua connessione con l’utilità pratica!
La moda, con Schiaparelli, stava facendo la stessa cosa.

PUNTI DI INCONTRO

Lo spirito genuinamente surrealista degli abiti Schiaparelli si conferma d’altronde in molti modi.
Un cappello che diventa scarpa è un perfetto objet-trouvé duchampiano, per esempio.
Così come il principio della casualità che anima certi accostamenti. Un crostaceo calato su un abito da sera non è forse «bello come l’incontro fortuito su un tavolo di dissezione di una macchina da cucire e di un ombrello»? Ovvero la frase-manifesto del Dadaismo e del Surrealismo, tratta dai Canti di Maldoror di Isidore Ducasse.
E poi c’è l’inconscio, inteso come parte fondante del processo creativo. L’ideale dell’associazione spontanea e inconsapevole, intesa come mezzo per aprire nuovi spunti di lettura sul mondo. Non ultimo il senso feticista per gli oggetti.

SUPERAMENTI?

Se queste affinità sono reali -e lo erano-, allora Schiaparelli è andata persino oltre i suoi compagni artisti. L’abito scheletro, nei disegni di Dalì, nasceva da un’idea feticista e freudiana del corpo femminile. Un’idea in fondo misogina. Ma se la donna ‘indossa’ questa idea -e un abito le permette di farlo-, allora è anche in grado di ridefinirne la percezione e ridefinire se stessa.
Nel tear dress, la stampa del tessuto ricordava le lacerazioni della carne, le lacrime, un’idea femminile di sofferenza… ma se questa sofferenza è esibita in un abito da sera, diventa una presa di coscienza e, forse, una rivendicazione. Era ben tempo.
Schiaparelli, giocando con l’immaginazione di Dalì, è riuscita a superarlo, contrastando la misoginia surrealista più di chiunque altro. Nel suo modo imprevedibile e ‘shocking’, ha parlato alle donne più e meglio di quanto non abbiano fatto le stesse esponenti –donne- del movimento.
É stata lei, ad aver dimostrato l’efficacia della moda come arte. O forse, come design.

 

Il rapporto tra la moda e il Surrealismo è al centro della mostra Dalì e la moda, a Palazzo Reale, a Milano, dal 24 settembre al 31 gennaio 2027.
Se siete curiosi di scoprire altro su questo tema, vi aspettiamo alle nostre visite guidate alla mostra.
Le date sono in calendario, le trovate qui.