Mettere la campanella al gatto

Mettere la campanella al gatto

A proposito di Pieter Brueghel il vecchio

Agosto 19, 2026

Pieter Brueghel il Vecchio è parte di una dinastia di artisti che hanno raccontato il mondo fiammingo e hanno cambiato la storia dell’arte, un passo alla volta, in modi curiosi.
Eccone uno.

PIETER BRUEGHEL NELLE FIANDRE DEL SECOLO XVI, TRA ANVERSA E BRUXELLES

Il ‘500 aveva aperto nuove rotte e spostato l’attenzione in posti nuovi.
Le sponde del Mediterraneo continuavano ad essere il luogo della grande civiltà occidentale a cui guardava l’Umanesimo, ma i venti rinascimentali soffiavano anche verso il nord.
Qui, le scoperte geografiche, avevano portato all’apertura di nuove rotte commerciali atlantiche e portoghesi e dato la spinta a città che si affacciavano alla ribalta, proponendo nuove sfide e mostrando nuove realtà.

Una di queste era Anversa, dove l’estuario della Schelda apriva sul Mare del nord e sui nuovi commerci internazionali.
Alla metà del secolo, i Fugger, i banchieri più ricchi del mondo, aprivano qui una filiale della loro banca, mentre si costruivano nuove mura e si intraprendevano infinite attività commerciali.
Passavano da Anversa le spezie, i vini, il sale e lo zucchero delle colonie e i manufatti di lusso. Si organizzavano quattro fiere all’anno. Merci, bestiame, cibi e trambusto. Ricchi e contadini si muovevano nelle stesse strade e animavano le stesse piazze.

Poco distante da Anversa c’era –e c’è- Bruxelles, il centro del potere politico, che era in mano agli Asburgo di Spagna, ma non proprio saldamente. Era un potere scricchiolante, provato dalla sua stessa durezza e dal disagio di un popolo minuto che, nonostante tutto, non aveva niente.
Su questo panorama articolato, calavano impellenti anche le necessità dello spirito. I venti luterani e calvinisti trovavano qui, più che al sud d’Europa, un terreno fertile.
Tra la paura di non avere abbastanza per vivere, e la paura della fine del mondo, alla metà del ‘500, il pensiero protestante si incuneava rapido nelle terre fiamminghe, le spaccava e le portava a una guerra, contro il dominio spagnolo e cattolico che sarebbe durata ottant’anni.

Pieter Brueghel il Vecchio, Proverbi fiamminghi, 1566ca, Berlino, Gemäldegalerie, particolare
Pieter Brueghel il Vecchio, Proverbi fiamminghi, 1566ca, Berlino, Gemäldegalerie, particolare

PIETER BRUEGHEL IL VECCHIO

Tutto questo succedeva sotto l’occhio attento di un pittore: Pieter Brueghel il Vecchio (1525ca Breda?-1569 Bruxelles).
Di lui sappiamo poco, tra l’altro, anche che non è mai diventato vecchio. È morto infatti a poco più di quarant’anni, ma tanto gli è bastato per testimoniare efficacemente il suo mondo.
La sua attenzione era rivolta soprattutto agli ultimi, i contadini, i pastori, i mendicanti. Era così concentrato su di loro che il suo primo biografo, Karel Van Mander, pensava fosse un contadino lui stesso. Ma sbagliava. Pieter Brueghel era un pittore colto e il suo sguardo sull’umanità non era superficiale, né quello di un semplice osservatore. La sua pittura mostrava il mondo, ma non senza provare a lasciare un insegnamento. In un’epoca dove tutto chiedeva una morale, non sarebbe d’altronde stato possibile.

Pieter Brueghel il Vecchio, Banchetto nuziale, 1568, Vienna Kunsthistorisches Museum
Pieter Brueghel il Vecchio, Banchetto nuziale, 1568, Vienna Kunsthistorisches Museum

PIETER BRUEGHEL, UN PITTORE CONTADINO O UN UOMO COLTO?

È vero, osservando i suoi dipinti, ci si perde in mille dettagli e mille figure. A volte si fa addirittura fatica a individuare il tema centrale dell’immagine. Ma il tema c’è sempre. Che sia un Monte Calvario perso in fondo all’orizzonte, o un Icaro che è già caduto come un sasso nell’indifferenza dei pastori e dei seminatori al lavoro, il racconto c’è, e prova ad essere, se non una lezione di vita, almeno un suggerimento per riflettere sul senso delle cose.
Ma sono pochi i temi sacri o mitologici che Brueghel ha affrontato. Più spesso sono scene popolari, feste, banchetti, vita di strada. I suoi protagonisti sono tutti umili, a volte sembrano anche un po’ sciocchi. Ma in realtà, niente accade per caso sotto la sua attenta regia.
È così che, quando dipinge un movimentato banchetto di nozze, ci apre gli occhi sulla miseria del cibo nei piatti e sullo sguardo affamato della gente che si accalca per poterli condividere. Sui vassoi di fortuna, fatti con una porta scardinata, mentre la festa di nozze è allestita in un misero granaio… lo specchio di una vita non facile.
Ma ancora più interessanti, e sicuramente più curiose, sono le azioni apparentemente insensate di alcune delle sue scene di gruppo, dove qualcuno morde una colonna, qualcun altro sbatte la testa al muro… scene di follia che ricordano Bosch? Oppure c’è un significato?
Ebbene, sono proprio queste immagini che testimoniano la cultura e la visione lucida di Pieter Brueghel, consapevole che la sapienza può essere trasmessa in forme semplici. E che un’immagine può essere una difesa contro la stupidità dei tempi.

Pieter Brueghel il Vecchio, Caduta di Icaro, 1558ca, Bruxelles, Musei Reali

PIETER BRUEGHEL E ERASMO DA ROTTERDAM

Brueghel infatti, era colto abbastanza da comprendere e condividere il pensiero di Erasmo da Rotterdam (1466 Rotterdam -1536 Basilea), autore di uno dei più brillanti prontuari del buonsenso mai scritti, gli Adagia.
Erasmo, nato un po’ prima di Pieter Brueghel, ma suo conterraneo, oltre ad essere il baluardo del cattolicesimo nelle terre del nord, aveva speso anni a raccogliere proverbi della cultura classica, soprattutto greca, li aveva catalogati e spiegati uno per uno.
Gli Adagia, pubblicati in più riprese tra il 1503 e il 1533, sono stati per lui il lavoro di una vita.
In tempi di divisioni profonde, spargimenti di sangue, censure e proibizioni, rappresentavano l’idea che la saggezza potesse scaturire dall’esempio del passato attraverso insegnamenti semplici.

Così, quando vi sentite persi negli strani gesti messi in atto dai protagonisti dei dipinti di Brueghel, pensate che è agli Adagia di Erasmo che il pittore fa riferimento, e che ad ognuno di questi gesti bizzarri corrisponde la possibilità di un insegnamento.

Succede in particolare in un dipinto di grande formato (grande, perlomeno, per le Fiandre), conservato a Berlino, conosciuto come I proverbi fiamminghi.
In poco più di un metro quadro di superficie, dove centinaia di piccoli personaggi fanno cose bislacche, Brueghel riesce a citare ben 120 proverbi. Una gigantesca meditazione sul mondo.

Grazie a lui, quando il vostro sguardo si fermerà su un soldato in armatura intento a mettere una campanella al gatto, non resterete confusi, ma penserete che essere discreti è meglio che far sapere a tutti cose che dovrebbero restare non dette.

Poi, se avrete voglia di capire anche perché, mentre il soldato mette la campanella al gatto, sta mordendo un grosso coltello… partecipate alle nostre visite guidate alla mostra I Brueghel. Le origini dei generi pittorici in Europa, le date sono in calendario, le trovate qui.

Vi aspettiamo!

 

Ps. La campanella al gatto, comunque, non mettetela!